La vacanza Im-perfetta e senz@ filtri

E’ stata una vacanza perfetta ?

Assolutamente No! E’ stata una vacanza imperfetta in cui hanno dimorato – sguazzando fra i nostri iniziali e più che utopistici progetti – momenti di infelicità, imprevisti e litigi..

Per quest’anno il piano vacanze era (sulla carta) una perfetta combo fra mare, città d’arte e relax, il che si è tramutato nella realtà in una corsa ad ostacoli resa ancor meno tollerabile dal caldo umido ed afoso dell’estate.

Tre figli, tre diverse età: infanzia, preadolescenza e piena adolescenza. Mi sono trovata circa un milione di volte a dover gestire simultaneamente esigenze diverse opposte.

Ma cosa ci rende una famiglia? Rispondiamo in coro: la capacità di rimettere insieme gli umori, ricreare un centro, tornare a ridere di ciò che sino al giorno prima era motivo di frattura. Incredibile a dirsi ma ci siamo riusciti. Sono nate così le più potenti risate di questa lunga vacanza, i tormentoni, le canzoni inventate, gli sguardi d’intesa.

I miei figli si sono divertiti, annoiati, sporcati, stancati. Mi hanno amata, ma a tratti anche stremata.

Eppure fra pinete, grotte, spiagge, albe e nuove città sentiamo il peso di questo bagaglio fatto di ricordi solo nostri, di libri (tanti) letti ad ogni ora del giorno, di carezze di nonne e zii, di parole, di prime pene d’amore da arginare senza istruzioni.

Ed è un peso incredibilmente dolce da portare addosso ora, ora che annego nei profili Instagram di amici, conoscenti e vip e nelle loro vacanze dai filtri blu oceano – nella sabbia dorata, nei vestiti perfettamente stirati, nei sorrisi tesi su visi lisci e riposati che io neppure a quindici anni – e ripenso invece a quanto è stato faticoso per me ‘’unire’’ i giorni affinché il successivo non portasse addosso mai lo strascico del precedente; e ci penso mentre riguardo le foto off (quelle bruttine o fuori fuoco) trovandole le sole ad avere una voce.

Click. Le pubblico! Proprio quelle.

 Si sentono? Ridono scomposte, dormono sciatte , giocano rumorosamente, ridono ancora.

Parlano dei veri noi.

#Fuori fuoco.

Pietro Castellitto e l’arte di essere ”figlio d’arte”

Magistrale. Gel nei capelli, naso aquilino e voce calibrata sul personaggio che interpreta. Una sfida, un tributo, un ritratto dell’ultimo re di Roma: Francesco Totti.

In ”Speravo de morì prima” , miniserie Sky firmata Luca Ribuoli, accanto ad una bravissima Greta Scarano, Pietro Castellitto – figlio di Sergio e di Margaret Mazzantini – interpreta Francesco Totti in una serie che ripercorre successi e vita privata del campione romanista dal principio fino all’epilogo della sua carriera.

Ho visto Pietro in ”Non ti muovere”, pellicola forte e intensa nata dalla penna di sua madre Margaret, ed ancora in Venuto al Mondo – uno dei libri della Mazzantini che più ho amato in assoluto – dove interpreta Pietro, ”venuto al mondo”, appunto, al centro di una lunghissima storia di amore e di vita, una di quelle che ti entra dentro per non abbandonarti più.

Ma Pietro ha anche interpretato il coprotagonista del primo libro di quel genio di Zero Calzare, fumettista e scrittore brillante ed ironico, ovvero La profezia dell’Armadillo; ed ancora ha recitato come protagonista di ”E’ nata una star” nato dallo scritto di Nick Hornby il cui libro ”Alta fedeltà” è nella mia top five personale (tanto per dirla in stile Hornby).

Insomma Pietro campeggia fra i miei scrittori e personaggi preferiti, li interpreta, li crea, gli da voce. Appare lì dove la mia curiosità si ferma, lì dove si accende la mia attenzione, lì dove le mie risate nascono fragorose.

Porta addosso il peso di non uno ma ben due cognomi famosi, circostanza che immagino non gli abbia sempre reso più semplice il muoversi nel mondo del cinema e della televisione. Suppongo che ci siano sguardi e aspettative e domande; ma sfido chiunque a vederlo recitare o a sentirlo semplicemente parlare senza riconoscere la sua preparazione, la sua dedizione e quella sicurezza tipica di chi non improvvisa, ma studia, pondera e solo infine crea (ha già dato prova di regia vincendo il premio Orizzonti con ”I Predatori” lo scorso anno).

Pietro incarna Totti e ci incanta. L’inflessione della voce, le movenze e lo slang romano che è proprio di entrambi. Questa serie ci restituisce la reale vita di un giocatore idolatrato da tifosi di ogni età ma anche da chi romanista non è, perché Totti è prima di tutto un principe buono, uno dal cuore grande, al di là del calcio; e questo la gente lo sa.

In un’intervista fatta per la presentazione della serie, Pietro ha letto un brano del suo diario segreto – tirato fuori dal cassetto dei suoi 9 anni e dei suoi ricordi – in cui parla di Totti con gli occhi di un bambino che vive il mito e lo vede nascere, e crescere..

Il Pietro bambino usa già un italiano perfetto e metafore divertentissime alla fine delle quali si ride, e poi si riflette e infine ci si dice – facendo spallucce – ”non potevi che interpretarlo te ”, te che con delicatezza e senza alcuna ostentazione fai ad arte esattamente ciò che sei : il figlio d’arte.

Pre-Adolescenza : manuale d’istruzioni cercasi…

Quand’è lecito gettare la spugna? alzare le braccia al vento come a dire ” mi arrendo vostro onore”, lasciarsi attraversare e trascinare e perché no, anche schiacciare, dal senso di impotenza che un preadolescente in famiglia può causare?

Atterrita. Mi sento atterrita e scoraggiata come chi – dopo aver chiuso l’ultima pagina del tanto agognato manuale – si trovi punto e a capo con le proprie domande frustrazioni…

C’è stato un tempo in cui devo aver pensato che essere adolescente fosse magnifico, che quel misto di innocenza e di virilità fosse una perfetta alchimia durante il miglior periodo della vita, ed il momento in cui devo averlo pensato dev’esser stato quando avevo anche io la stessa stupidità età.

perché ora – ora – io penso Invece che l’adolescenza sia l’anticamera della follia, l’esplosione ormonale da cui non si sa se si possa uscirne vivi. non come genitori almeno.

Chi l’avrebbe mai detto? la mia pazienza è infinita eppure eccomi qua, in un pomeriggio qualsiasi durante l’ennesimo lockdown: è finita. Ho sbraitato, ho parlato amorevolmente, ho ignorato, ho inferto punizioni, ho risposto all’ira con gli abbracci, ho urlato come un’ossessa sino ad avere la voce rauca. ma nulla. Il preadolescente sa sempre quale mossa faremo, sa il nostro punto debole, sa quando piangere e quando adularci, sa quando chiedere e quanto, sa persino quando piuttosto che tollerare le sue lagnosissime richieste saremmo disposte a dilapidare un terzo dello stipendio in skin di fortnite.

Noi per l’adolescente non abbiamo segreti. e – si sa benissimo – quando si è con le spalle al muro, disarmate, si perde. Pensiamo innocentemente che un giorno ci ringrazierà, che guarderà alle nostre punizioni come ad atti di amore che non solo lo avranno salvato, ma che gli avranno anche restituito la più bella delle vite. e invece no, povere illuse, il preadolescente al contrario serberà ogni privazione, ogni punizione ed ogni negazione nel serbatoio di rancore che srotolerà solo davanti a due persone: un’analista o una moglie.

Sono qui per darvi consigli? non potrei mai dal basso della mia fallimentare esperienza.

Sono qui per darvi coraggio? non potrei mai essendo ancora in un tunnel ben tappato da cui non entra neppure un briciolo di luce

Sono qui per farvi sentire sorelle, amiche, unite nell’impossibilità di trovare un capo ed una coda a delle giornate in cui il preadolescente costruisce folli schemi in cui intreccia la sua instabilità alla vostra inadeguatezza? si. eccomi.

Voglio danzare con voi su questa disperazione cieca che a volte ci fa chiedere come, quest’essere che dobbiamo quasi costringere a lavarsi, possa tramutarsi in un uomo di cui andrete fiere.. voglio ridere con voi del fatto che si possa anche solo pensare di non riuscirci dopo aver fatto cosi tanto per lui.

Voglio assicurarvi che si, se ne esce, anche non avendo capito una ceppa di come si avanza di livello in un quadro disseminato di calzini arrotolati, lego rotti e merendine sbriciolate in ogni angolo della stanza…

Io non l’ho mai trovato questo benedetto manuale d’istruzioni ma non ho alcun dubbio sul fatto che l’ultima parola dell’ultima pagina dell’ultimo capitolo sia: RESISTETE!!!!!

MAMMEDIMERDA COME FILOSOFIA DI VITA

Esiste un sottobosco di mamme che si autodefiniscono ironicamente “mammedimerda” , e quello che proclamano non è solo un modo di sentirsi mamme ma una vera e propria predisposizione d’animo, una filosofia di vita. Seguendo i profili social (mammadimerda su Facebook ed Instagram) di questo ormai nutritissimo gruppo di mamme creato da Francesca Fiore e Sarah Malnerich ( 20 mila solo su Instagram e ben 58 mila su Facebook ) ci si accorge di quanti e quali siano i disagi delle mamme di oggi ma anche di quanto sia liberatorio potersi confrontare sentendosi capite e non giudicate; poter leggere di pensieri o gesti che ci rendono tutte uguali, tutte umane.

Fra la fitta selva di blog e profili di mamme perfette – a cui facciamo sì riferimento per ricette sane e consigli psicologici di facile applicazione – ecco che nasce, da un’idea di queste due dissacranti e ironiche mamme, quel gruppo a cui tutte prima o poi approdiamo: quello delle mamme stanche e senza filtri che ogni tanto si guardano allo specchio e con il coraggio che solo da profonde occhiaie bluastre può scaturire si dicono ‘’ora basta, mi fermo o impazzisco”.

In questa community ci si sente accolte, coccolate ma mai compatite. La psicoterapeuta del gruppo, Medea, a cui si scrive per quesiti che neppure la nostra migliore amica vorrebbe sentirsi rivolgere, è sempre pronta a rispondere attraverso metafore e parallelismi con la vita animale, perchè dal mondo animale si può solo imparare; da qui l’unanime grido del ”sii pinguina”, la pinguina che lascia che a covare l’uovo sia il maschio, la pinguina che responsabiizza il maschio, la pinguina che divide i compiti in egual misura.

Battaglie sociali

Le mamme si sa, sono multitasking, instancabili, sono il grande pilastro della nostra società, il suo motore. Ed è proprio per salvaguardare questo ruolo fondamentale che su questi profili social si portano avanti anche importanti battaglie sul fronte dei diritti di mamme e bambini: dal ‘’salviamo la scuola’’ – attiva in questi ultimi giorni – per scongiurare la riproposizione della didattica a distanza anche a settembre, alla campagna “ noi ci siamo” per dare voce ai nostri figli, gli invisibili penalizzati da questa lunga emergenza coronavirus. così come la campagna ”influenza un politico” volta a raggiungere deputati e senatori affinchè le problematiche reali delle famiglie divengano decreti in grado di semplificare la vita degli italiani e consentano in questo particolare momento storico alle donne di conciliare il lavoro con il loro essere madri.

Concorso di fine anno scolastico

A questo punto dell’anno scolastico solitamente è bandito sul loro profilo Facebook un concorso volto a premiare il peggior lavoretto di fine anno scolastico. Non c’è da scandalizzarsi! Centinaia di mamme postano i lavoretti del proprio figlio per accaparrarsi il titolo di vincitrice. Ci si ritrova a ridere a crepapelle e perché no, a guardare con occhi nuovi e senza mai più sensi di colpa quel lavoretto di carta che ci si stropiccia in borsa perché non l’abbiamo messo via con sufficiente cura o che dopo qualche giorno finisce dietro la mole di libri sul ripiano più alto della libreria.

Mammadimerda è un mondo morbido sul quale lasciar cadere il proprio disagio e – come dicono spesso proprio le autrici Francesca Fiore e Sarah Malnerich – la propria inadeguatezza. Perché tutte – prima o poi – che lo si ammetta o meno, che sia per una vita o per un’istante, che sia dietro la porta chiusa di un bagno o senza freni dinanzi a chiunque: siamo una di loro.

SPOSARSI AL TEMPO DEL CORONAVIRUS

Quando si parla di coronavirus e di tutte le privazioni a cui tutti siamo stati costretti durante questi lunghissimi mesi nessuno pensa a chi aveva progettato in questo preciso momento storico il proprio matrimonio.

Quando un evento così importante salta non per tua volontà, i sentimenti che montano dentro sono tanti e contrastanti. La ragionevolezza ci dice che è il minimo necessario a cui rinunciare per il bene della collettività, se visto in larga scala è forse anche una piccola cosa, un qualcosa di insignificante a fronte delle tante morti e dei tanti sacrifici fatti da medici ed operatori sanitari degli ospedali; ma questa piccola rinuncia ha invece un peso specifico grande, che preme e preme, e dilaga nel petto… facendoci sentire tristi, e vuoti, e impotenti forse.

La mia amica Alessia si è vista costretta a rimandare. A data da destinarsi. Senza che nessuno sapesse dirle quando e come avrebbe potuto riprendere a programmare un possibile giorno.

Poi l’emergenza è sembrata scemare e nonostante le tante restrizioni (non più di 12 invitati alla cerimonia civile, ad esempio) ha deciso di non posticipare al prossimo anno ma di accettare di buon grado una cerimonia con pochi invitati ma che sancisse l’amore fra lei e l’uomo che ama da anni, non dando spazio a questo malefico virus di decidere per loro, di ‘’congelare’’ i sentimenti che li lega, mettendo anche i desideri in pausa per un intero anno.

Boutique

Ed è per questo che ci siamo alzate di buon’ora per recarci in un negozio molto fornito della capitale per la prima prova ufficiale del suo abito da sposa.

Questo genere di negozi per una donna è come un piccolo angolo di paradiso. Decine e decine di vestiti stipati su ogni lato del negozio. Divisi per tonalità di colore. Crema, ceruleo, rosa, verde, rosso, nero..

Siamo entrate e ci hanno fatto disinfettare le mani, indossare guanti e tenere ovviamente la mascherina che già indossavamo.

Nell’attesa che ci raggiungesse la commessa che si sarebbe occupata di noi, abbiamo iniziato a sbirciare fra i vestiti, abiti meravigliosi e senza tempo. Tulle, raso, seta, organza… modelli e colori d’ogni guisa, lunghi , lunghissimi, asimmetrici o corti.

Non ho potuto nascondere un’eccitazione incredibile nel vedere tanti magnifici abiti tutti davanti ai nostri occhi.

Quando la commessa ci ha finalmente raggiunte, ha preso nota dei nostri abiti preferiti. Quelli che Alessia aveva in mente di provare, per capire quale tipo di modello fosse più congeniale al suo fisico e quale colore più adatto al suo incarnato.

Ne abbiamo opzionati ben sei per iniziare, e ci hanno fatte accomodare in una saletta con dei divanetti distanziati dove avrei potuto aspettare che lei uscisse di volta in volta dal camerino con un abito differente.

In nostro entusiasmo è stato un crescendo. Le mascherine ed i guanti hanno reso forse i movimenti un po’ impacciati ed hanno fatto sudare la futura sposa che era visibilmente accaldata, ma non hanno tolto la magia a questo momento. Potevo vederla. Era lì. Intatta.

La magia di scegliere l’abito giusto per andare incontro alla persona che ami, e con cui desideri dividere sogni e vita.

L’abito giusto

L’abito giusto – come spesso accade – era lì ad attenderci. Forse non quello che ci aveva colpito di più quando giaceva inanimato fra gli altri abiti, ma quello che una volta indossato ha reso la stanza ancor più luminosa.

Il solo abito possibile. Quello che era lì ad aspettare lei. Cucito come con un pennello sul suo giorno perfetto.

Siamo rimaste tutte e tre a distanza durante l’intera prova, ma questo distanziamento forzato non ha rovinato neppure un secondo di questa mattinata.

Gli ultimi dettagli da decidere sono stati proprio quelli inerenti a mascherine e guanti.

Con uno scampolo di tessuto dello stesso colore dell’abito la sarta creerà la mascherina, ormai si stanno organizzando per renderlo un accessorio in più a completamento dell’abito scelto. Così come i guanti, che sono obbligatori anche per la cerimonia civile.

‘’Ed al momento di scambiarci le fedi?’’ ci siamo chieste attonite mentre una piccola ombra ci ha attraversato il viso ed i pensieri, per poi sparire immediatamente.

Troveremo il modo. E tutto questo sarà un qualcosa di passeggero, da dimenticare.

Resterà solo l’amore che fa da cornice a questa cerimonia, resterà l’emozione di questa giornata ventosa, resterà la caparbietà di chi non ha rinunciato ai propri progetti a causa del coronavirus, accettando di viverli in maniera diversa pur di non vederli svanire del tutto.